La storia di Arturo Martini (seconda parte)

Nel 1908 si inaugura la prima mostra di Ca’ Pesaro, organizzata da Nino Barbantini, il primo critico che intuisce il talento di Arturo
Martini, tanto da farlo esporre insieme ad un gruppo di giovani e innovativi artisti. Da questo momento il giovane scultore diventa protagonista della stagione capesarina, dando un contributo significativo al rinnovamento artistico italiano di inizio secolo. Si tratta del primo vero movimento artistico rivoluzionario in Italia, precursore dei movimenti che si definiranno più moderni nel nostro Paese, e ciò sarà possibile grazie proprio a figure come Martini e Gino Rossi. Nel 1910 Arturo Martini viene riformato alla visita di leva, così
invece di partire per il servizio militare come i suoi coetanei, supportato da Levi e dall’industriale di ceramiche trevigiano Gregorio Gregorj, parte alla volta di Monaco di Baviera; è mosso dall’ansia di crescere, di conoscere, e ogni giorno di più avvertiva una forte attrazione per questa città, che, all’epoca, insieme a Parigi, rappresentava un centro artistico di primaria importanza. Realizza una serie di ceramiche di piccole dimensioni ma di grande vitalità e forza inventiva nelle quali si misura con estro e gusto moderni. Nel 1912 si reca a Parigi con Gino Rossi e Bepi Fabiano con l’intenzione di restarvi a lungo. Viene accettato al Salon d’Automne, grazie all’interessamento di Medardo Rosso, e vi espone quattro acqueforti e il dipinto “Retour au petit village”. Il 26 dicembre di quello stesso anno muore suo padre e rientra a Treviso con gli amici. Parteciperà, così, alla mostra del 1913, ossia quella che provocherà scandalo e che creerà una frattura insanabile tra i capesarini e la Biennale. Martini e il gruppo degli artisti capesarini fanno fronte compatto contro la Biennale e ciò avrà il culmine nel 1914, quando dopo l’ennesimo rifiuto da parte della giuria d’accettazione, daranno vita alla Biennale dei Rifiutati che si tiene presso l’hotel Excelsior al Lido di Venezia.

La venere dei Porti

Nel 1915 Martini partecipa alla Mostra d’Arte Trevigiana che si tiene nell’autunno ma poi, a causa della guerra, ogni attività si sospende e lui, come molti suoi amici e colleghi artisti è chiamato alle armi, venendo assegnato all’8° Reggimento di Artiglieria da Fortezza a Vittorio Veneto. A luglio si trasferisce a Vado Ligure; in caserma chiedono di qualcuno che vada a lavorare in fonderia e lui subito si offre come operaio fonditore. Per ottenere il lavoro aveva mentito sostenendo di essere un esperto fonditore, in realtà non aveva alcuna competenza ma rimedia a ciò andando nel tempo libero in una fonderia ad imparare il mestiere. Qui conosce una giovane, Brigida, della quale si innamora e che sposerà nel 1920. Terminata la guerra Arturo Martini comincia a fare la spola tra Vado Ligure, Milano dove comincia a frequentare i salotti di Margherita Sarfatti e il gruppo della rivista Valori Plastici, con i quali esporrà nella Galleria degli Ipogei in Via Dante, e Roma dove vive in un contesto primordiale e realizza terrecotte a soggetto spirituale e i presepi, di cui abbiamo un esempio nel Museo Bailo di Treviso. A Treviso tonerà sempre più raramente per poi decidere di voltarle la spalle perché si sentirà tradito in occasione del concorso per il Monumento ai Caduti, nonostante Comisso avesse sostenuto il suo progetto. Il 1930 è un anno particolare, di svolta per la sua vita privata, in quanto il giorno del lunedì dell’angelo conosce la giovane Egle Rosmini che vive a Verbania, con la quale conviverà, fino alla fine dei suoi giorni, all’insaputa della moglie, tanto che non interromperà i rapporti con la famiglia. Egle è sedici anni più giovane di Martini, fa la modista in un atelier milanese che veste le cantanti e le attrici più famose del tempo. L’anno successivo partecipa alla prima Quadriennale di Roma vincendo il primo premio per la scultura e si aggiudica la somma di ben 100.000 lire, meritata ricompensa dopo venticinque anni di lavoro. Conosce Arturo Ottolenghi, che diverrà uno dei suoi più importanti committenti e per il quale realizzerà l’Adamo ed Eva in pietra di Finale. L’opera nel 1993 è stata oggetto di una sottoscrizione da parte dei trevigiani che così ne sono diventati proprietari ed attualmente la possiamo ammirare al Museo Bailo di Treviso, nel cortile del chiostro.
Per qualche tempo si dividerà ancora tra la famiglia a Vado Ligure e l’amante e Milano, per poi allontanarsi progressivamente dalla moglie, continuando a dirle che occupava totalmente il suo tempo a lavorare. Nel 1939 sente nascere in lui una forte attrazione verso la pittura, e comincia a dedicarvisi parallelamente alla scultura. Realizzerà centoquaranta tele coi soggetti più diversi (paesaggi, animali e ritratti) che esporrà nel novembre del 1939 presso la Galleria Barbaroux a Milano, riscuotendo il plauso di pubblico e critica. Ciò lo porta a mettere in discussione le arti plastiche, tanto da arrivare a sostenere che la scultura non avesse più nulla da raccontare ed espresse questi suoi pensieri sia ai suoi studenti all’Accademia delle Bella Arti di Venezia, dov’era titolare della cattedra di scultura sia in un libello “La Scultura Lingua Morta” che sarà pubblicato nel 1945. Nel 1947 sta per ritornare a casa dalla moglie e dai figli quando viene colpito da un ictus a Milano. E’ il 21 Marzo, e viene ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli. Al suo capezzale accorrono la moglie e l’amante, entrambe ignare dell’esistenza l’una dell’altra nella vita di Arturo.
Muore il 22 Marzo 1947 e oggi è sepolto nel cimitero Maggiore di Milano.
Donna che nuota sott’acqua

Dott.ssa Ombretta Frezza
Storica dell’arte

Immagine in copertina: Arturo Martini, La Pisana
dal sito del Museo Luigi Bailo – Musei Civici Treviso

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