La storia di Arturo Martini (prima parte)

Arturo Martini nasce a Treviso nell’agosto del 1889, da padre trevigiano e madre romagnola; lo scultore asseriva spesso che in lui conviveva l’impeto dei romagnoli e l’accortezza del veneto. Cresce in una famiglia molto povera e divisa da conflitti insanabili, tanto da raccontare di non avere mai visto i suoi genitori, in trent’anni, parlarsi, né salutarsi, mangiare insieme o scambiarsi un gesto d’affetto, così da meravigliarsi addirittura di essere venuto al mondo. Vive la sua infanzia in una delle torri duecentesche umide e malsane del centro di Treviso, in via delle Prigioni al n. 2, dove, solitamente, si trovano a vivere i meno abbienti. Qualche anno dopo la famiglia trasloca in Via Cornarotta, in una casa che nessuno voleva, ma in cui non pagavano l’affitto. Da bambino è affascinato da una Treviso di impronta ancora medievale, con le sue mura antiche, le torri, i canali, i vicoli, le altane. Ritroverà quella bellezza anche da adulto, quando ormai aveva abbandonato la sua città natale: sostiene che è una città fatale dove nascere, così bella grazie ai suoi portici, ai Buranelli, alla Pescheria con la sua isola centrale, le acque del Sile, le sue chiese, le sue strade così caratteristiche.
Non è stato uno studente modello, infatti sin dall’asilo ha problemi con l’autorità. Gli unici momenti sereni sono quelli che poteva dedicare alla modellazione della creta. Veniva dato ad ogni bambino un po’ di creta e per lui quelle erano le ore più allegre e festose. Frequenta a fatica le scuole elementari, a dodici anni è ancora in terza e così, prosciolto dall’obbligo scolastico, abbandona la scuola. Le difficoltà scolastiche e la sua propensione alla fantasia sono motivo di continue umiliazioni, compensate solamente dalla fiducia che la mamma ripone in lui.
Agli inizi del ‘900, liberatosi della scuola, Martini comincia a lavorare come facchino e, successivamente, presso la bottega dell’orefice Schiesari. Nel frattempo si iscrive anche alla Scuola Serale e Domenicale di Arti e Mestieri, dove segue le lezioni di Giorgio Martini, padre di Alberto, del quale Arturo non è parente, come spesso si crede. Conclude i corsi nel 1905 ottenendo la menzione. Martini si esercita nella copia del rilievo, in quanto in questa scuola si seguivano i medesimi principi dell’Accademia di Belle Arti. Comincia, da autodidatta, a dedicarsi alla scultura: la sua prima opera è un ritratto di Mazzini, la cui ispirazione gli è arrivata da una stampa che aveva chiesto ad un viaggiatore, Luigi Pinelli, insegnante di disegno, invece del compenso da facchino. Modella una testa di creta e la porta a cuocere ma restò troppo a lungo in forno e così si frantumò, costringendolo a rifare il lavoro ma, nuovamente, la scultura uscì rotta. Insiste sino a quando, la sesta volta, riesce a cuocerla e così arriva ad esporla nella vetrina del sarto Faraone, in Calmaggiore, la via principale di Treviso. La Gazzetta di Treviso del 23 agosto di quell’anno menziona il lavoro di Martini, definendo il busto di Mazzini di grande qualità benché sia stato eseguito da un giovanissimo artista. Il giornale lo definisce “un cittadino che si fa onore” e lo scultore si commuove sino alle lacrime e così sua madre, tanto da dormire per venti giorni con l’articolo sotto il cuscino. Per perfezionarsi frequenta anche i corsi presso lo studio di Antonio Carlini, allievo dell’Accademia di Brera, il quale gli fa conoscere Antonio Canova. Ha diciassette anni e ormai si capisce che l’unica cosa che potrà fare nella vita è l’artista. Sua madre impegna o vende le lenzuola per comprargli la creta da modellare. Uno dei momenti di svolta è sicuramente la sua collaborazione con il giornale satirico “L’Oca” nel 1906. In quello stesso anno si reca a Milano per visitare l’esposizione in occasione dell’inaugurazione del Traforo del Sempione, e qui ammira le opere di Troubetzkoy e i dipinti di Previati e Segantini. Questa mostra lo emoziona molto, il contatto con la città di Milano è colmo di euforia, arrivando da una realtà così piccola com’era la città di Treviso a quei tempi. Viaggia in treno, con un biglietto di terza classe, riempiendosi di pidocchi, dorme due notti in un capannone vicino alla Stazione Centrale, costruito appositamente per i visitatori della mostra. Quando tre giorni dopo ritorna a Treviso ha in tasca solo dodici centesimi e si addormenta nel vagone, sfinito dalla stanchezza e dalla fame, finendo a Spresiano e non fermandosi a Treviso.

Nel 1907 vince una borsa di studio che gli consente di andare a Venezia e seguire le lezioni dello scultore Urbano Nono. Parte ogni mattina alle 7 e rientra alle 7 di sera, mangiando pane e pasta e fagioli per risparmiare. Sono momenti di alti e bassi, speranze e delusioni, e Martini, come tanti giovani artisti coevi, si dedica a prove eroiche, vive d’inesperienza che lo porta a conseguire risultati, talvolta, mediocri. Da ragazzo a Venezia non aveva amici e non poteva averne perché il suo tempo era totalmente occupato a studiare e formarsi, inoltre ha un carattere molto timido ed introverso che lo porta spesso a reagire in modo scontroso. Nel novembre del 1907 partecipa alla I Mostra d’Arte Trevigiana, presentando dodici opere, tra le quali la suggestiva “Il Palloncino”, una terracotta aneddotica che rappresenta un bambino che cerca di non farsi sfuggire un palloncino; l’opera mostra di essere solida ed essenziale nei suoi volumi.

dott.ssa Ombretta Frezza
Storica dell’arte

Immagine in copertina: Arturo Martini, Fanciulla piena d’amore
dal sito del Museo Luigi Bailo – Musei Civici Treviso

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